sabato 22 ottobre 2011

De Reditu Suo

"Io sono convinto che il tempo sia galantuomo e questo non è tempo di processi, non ci sono vinti e vincitori."
A quanto pare aveva ragione lui, ancora una volta. Quando il 25 marzo si congedava in un hotel da consulente chissà se Franco Baldini se lo immaginava un ritorno così, se lo sperava o magari lo sognava.
E ieri erano in tanti ad aspettare le sue parole, le prime ufficiali, da direttore generale della Roma.
C'era chi le aspettava perchè non vedeva l'ora di fare polemica, chi per curiosità perchè magari non aveva mai vissuto all'epoca quello che era il Baldini dirigente, per età o solamente perchè non si interessava di quello che c'era fuori dal campo.
C'era chi, invece, lo aspettava per sentirlo. Perchè quando Franco Baldini parla, non è mai banale, c'è sempre qualcosa da imparare. Perchè aspettava da troppo tempo che lui tornasse, come noi.
E quando dico noi, non uso un plurale maiestatis per darmi importanza. Dico noi per dire quelli come me, chi scrive su questo blog ma anche chi di solito lo legge, quelli che già sognavano quando molti dovevano ancora imparare a farlo, parafrasando quella canzone che a Franco piace tanto, perchè era stato lui a dirci dove dovevamo guardare per sognare.
De Reditu Suo.
Specifichiamo subito, vuol dire "Sul suo ritorno", è latino, prima che qualche genio che passa da queste parti, invece che leggere, si ferma sul titolo e cerca cifre.
De Reditu Suo, nell'accezione specifica del ritorno a casa, come l'opera di Rutilio Namaziano, come il νόστος (nostos) greco che raccontava il ritorno degli eroi a casa dopo la guerra di Troia.
E anche se lui dice di non sapere perchè è tornato, noi non ci crediamo. Forse ci illudiamo, romanticamente, che sia per amore, sarebbe l'unica spiegazione plausibile. Ma lui non è uno che compra i tifosi con dichiarazioni di questo tipo, non si dichiara tifoso e aggiunge anche che nessuno di quelli che con la Roma ci guadagna può considerarsi tale, perchè i tifosi sono altri. Dovrebbero stamparsele bene in testa queste parole tutti quelli che usano il tifo per la Roma per lavorare in radio o in tv, quelli che la usano per farsi pubblicità, per portare avanti battaglie politiche, per ottenere consensi elettorali, tutti quelli che di professione fanno i tifosi e che ci riempiono la testa di "io con la Roma nun ce magno". Dovrebbero ricordarselo anche quei giocatori che dell'essere tifosi ne hanno fatto un'arma in più, quando vanno a rinnovare i contratti, se li rinnovano.
"La Romanità è uno stato dell'anima, è una cosa che io non posso avere".
Eppure, a sentirlo parlare, è molto più romanista lui, che chi lo sbandiera da anni ogni giorno. E nell'umiltà di dire che non gli appartiene, gli appartiene ancora di più.

Mandato via da consulente di mercato, tornato da Direttore Generale. Baldini non cerca rivincite, eppure qua e là, qualche frecciatina a chi lo ha cacciato la tira, come quando tornando sulla ricapitalizzazione en passant dice che era lui a gestire anche quella situazione o come quando prende fortemente le distanze dalla parola "progetto" dicendo di non volerla più usare. Proprio quella parola che era tanto cara a Rosella Sensi e con la quale giustificava ogni cosa che accadeva alla Roma, in nome del "progetto" che ancora oggi dobbiamo capire qual era, anche se un'idea ce l'abbiamo...
Glielo hanno chiesto se cercava una rivincita contro chi lo ha portato a dimettersi prima che fosse cacciato (e lo ha detto ieri, che sarebbe accaduto da lì a poco) e lui ha detto di no, perchè le rivincite le cerca chi ha perso e lui invece nella precedente esperienza romana aveva ricevuto tanto in cambio, l'affetto dei tifosi.

Il primo punto esclamativo della conferenza stampa è per tutti quelli che scroccano biglietti omaggio in nome del "lei non sa chi sono io" tipicamente italico e che in Italia va tanto di moda in ogni campo, quelli alla ricerca di un'inquadratura da Sky vicino a quello che conta in tribuna, quelli che lo status se lo costruiscono a conoscenze, gli "amici degli amici", quelli che si costruiscono l'essere con l'apparire.
Tutto quello che altrove sarebbe normale noi lo dobbiamo vivere come una rivoluzione.
La rivoluzione della normalità.
Perchè a Roma deve venire Baldini con le sue rivoluzioni per cercare di far capire che se ad un giocatore viene chiesto solo di fare il giocatore è normale. Che si può parlare e discutere di tutto e di tutti senza dover essere messo all'indice e ricoperto di insulti.
Questa mattina, leggendo i resoconti della conferenza stampa c'è chi lo ha definito meno sognatore e più politico. Forse è solamente un sognatore che si è reso conto che quei sogni che qualche anno fa erano utopie adesso sono sogni che si possono realizzare. Evita di parlare di Moggi, dice che non vuole che le sue questioni personali entrino nella Roma, ma non evita di dire ancora una volta che il suo rapporto con la Roma si era esaurito nel momento in cui certe battaglie non erano più sostenute e non si sottrae nemmeno alle polemiche di Tuttosport, liquidato con una battuta. C'è anche chi non trovando un appiglio per fare polemiche sull'oggi guarda già alle polemiche sul futuro: la malafede è sempre un passo avanti.
Viene il dubbio che tanti di quelli che erano lì, quello che Baldini ha detto nemmeno lo abbiano ascoltato, troppo presi da cercare i titoli su Totti e De Rossi per capire che le cose importanti, quelle veramente da titolo, erano altrove, nei perchè della scelta di Luis Enrique, nel rivendicare le scelte dello staff, nel racconto della sua prima chiacchierata con Pallotta, nel raccontare la Romanità (e a qualcuno gli roderà non poco che a spiegare cosa vuol dire essere tifosi della Roma sia più bravo uno venuto dalla provincia Firenze che un romano), nella rivoluzione della normalità.

In questi giorni parlando di lui, tv e giornali lo chiamano "il direttore sportivo dello scudetto". Per noi non è così. Per me Franco è il direttore sportivo, anzi, è la Roma del dopo. Di quando le cose andavano meno bene, di quando c'era da mettere la faccia per mille battaglie, di un derby sospeso, dell'assunzione di responsabilità di colpe non sue, il volto pulito di un calcio malato. Troppo facile fare i protagonisti quando tutto va bene, molto più difficile farlo quando tutto va male.
"Ora vi prego: dimenticatevi di me." disse sempre quel giorno di 6 anni fa.
Impossibile. Perchè facendo una citazione a lui molto cara "C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò".
Adesso è cominciata l'ora di ricominciare a sognare e combattere e forse stavolta non saranno più mulini a vento, ma non è il nemico che conta, è il generale che è importante per vincere la battaglia.

Ho imparato a sognare,
quando inizi a scoprire
che ogni sogno
ti porta più in là
cavalcando aquiloni,
oltre muri e confini
ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse,
per giocare son buone
quando tutta la vita
è una bella canzone
C'era chi era incapace a sognare
e chi sognava già

Tra una botta che prendo
e una botta che dò
tra un amico che perdo
e un amico che avrò
che se cado una volta
una volta cadrò
e da terra, da lì m'alzerò

C'è che ormai che ho imparato a sognare non smetterò

mercoledì 19 ottobre 2011

Viva la Roma che Ride

In queste prime 7 giornate di campionato ne sono successe un po' di tutte, sconfitte inaspettate, pareggi all'ultimo, sconfitta nel derby, vittorie sudate e un po' meno...
Ma c'è una cosa che ha di nuovo questa Roma da quanto visto negli ultimi anni. Il sorriso.
I giocatori della Roma sorridono. Sorridono quando segnano, sorridono quando esultano, sorridono prima della partita e qualcuno ci prova anche dopo quando le cose vanno male.
Sorridono negli spogliatoi e durante gli allenamenti. Sorridono quando li intervistano e fanno le conferenze stampa.
Questi nuovi giovani (e meno giovani) che sono arrivati, ridono. E non solo con la bocca, anche con gli occhi.
E questo contagia anche chi qui c'è da più tempo e sembrava aver perso il buonumore.
Nessun rimpianto per chi se n'è andato perchè non rideva più, per chi se n'è andato per tornare a casa e non ha mai sorriso, o per chi rideva e piangeva eccome per la Roma, eppure anche lui ha scelto diverse strade.
E non c'è un giocatore che va preso come simbolo. Osvaldo è arrivato tra i fischi idioti e le critiche di chi diceva che è costato troppo, ma lui segna e ride, ride e segna e se ne frega.
Bojan ha lasciato la squadra più forte del mondo, forse quella più forte di tutti i tempi, ma dice ad ogni intervista che ora è felice ed ha ritrovato il sorriso.
C'è Jose Angel ed il suo sorriso timido e stupito del bambino che scopre tutto nuovo.
Stekelenburg sorride nonostante gli abbiano quasi spaccato la testa ed è nel suo "mondo delle meraviglie".
C'è Heinze che è un duro ma sorride anche lui "vecchietto" tra i bambini terribili.
Kjaer questi giorni dicono che sia giù per l'errore al derby e sorrida poco, ma speriamo che torni a sorridere anche lui, liberato dal Wolsfburg e dalla pessima esperienza tedesca, perchè non deve essere una cazzata a condizionare un giocatore così giovane.
Ride il Mister ed anche il suo staff. Ride e fa ridere il capitano in conferenza stampa, quello che doveva essere secondo alcuni giornalisti emarginato e fuori dalla nuova Roma.
La Roma di adesso, nonostante tutto, sorride.
E a me piace così, perchè prima di tutto è un divertimento.

C'era una volta una bandiera

C'era una volta una bandiera.
Probabilmente nessuno racconterà mai una favola così ad un bambino e questa, forse non si può chiamare nemmeno favola. E', però, una storia.
C'era una volta una bandiera, dicevamo. Una bandiera fatta una sera, in una camera, in una casa qualsiasi di Roma. Era una bandiera normale, di quelle comprate al Roma Store: due colori con lo stemma in mezzo.
La bandiera, in una notte è stata trasformata, con modelli di lettere stampate, copiate, colorate con vernice bianca. Una ad una, pennellata dopo pennellata. E così, quella bandiera, da una normale bandiera della Roma è diventata qualcosa di più, un simbolo per me e per chi come me, di quella bandiera ha fatto qualcosa di più, un simbolo.
Era l'estate del 2004, la Roma stava vivendo uno dei suoi momenti di transizione, forse tra i più dolorosi a rivederlo con il senno di poi. Capello se ne era andato e con lui due degli acquisti simbolo dell'anno dello Scudetto. Un nuovo allenatore che se n'è andato prima di cominciare e tanta confusione intorno ad una società che stava indirizzandosi verso una nuova gestione, una faticosa ricapitalizzazione ed un veloce ridimensionamento.
Allo Stadio Flaminio era un caldo inizio di settembre e si celebrava il ritorno di Rudy Voeller. Attaccata ad una transenna la bandiera era lì. BRIGATA BALDINI.
La situazione è precipitata poi velocemente, gli allenatori si sono succeduti con altrettanta velocità e la società ha cambiato rotta, alleandosi con quelli che erano stati sempre i nemici, tra un pranzo in campidoglio, una stretta di mano e qualcuno di troppo che ha varcato i cancelli di Trigoria. La Roma non era più la Roma, quella che andava dritta per la sua strada, che reagiva, che non si sottometteva al volere dei padroni del calcio, che denunciava il marciume che era intorno. La Roma si era allineata pericolosamente, tradendo quello che i suoi tifosi hanno sempre a testa alta rivendicato: mai schiavi di nessuno.
E il 24 marzo del 2005, quando la primavera da poco era cominciata per la Roma cominciò invece un lungo inverno. Franco Baldini si dimise e le sue dimissioni vennero accettate. Quello che la piazza riteneva fino a poco tempo prima un presidente (Baldini presidente questo vuole la romana gente) venne liquidato come un consulente di mercato, messo alla porta come uno qualsiasi.
La bandiera tornò nell'armadio, in un cassetto piegata.
Chi l'ha fatta sapeva che non poteva finire così la storia di quella bandiera, che sarebbe tornata a sventolare. Ogni tanto apriva l'armadio, la guardava e pensava a quello che era la Roma. Quelle dimissioni, per lei, erano state come una retrocessione. Una retrocessione perchè la Roma non faceva più parte di quelli che sono indipendenti, di quelli che sono autonomi, non allineati e non sottomessi ai poteri forti del calcio. La Roma era diventata come gli altri, una squadra che piegava la testa, subiva e ringraziava anche. Non c'era più chi andava in sala stampa e ci metteva la faccia e sfidava quel sistema omertoso e mafioso che poco tempo dopo calciopoli avrebbe scoperchiato e sarebbe stato chiaro a tutti, anche a chi dava a Baldini del pazzo e del complottista. Ora c'erano solo i "signor sì" detti prima ad uno poi ad un altro dei nuovi padroni del calcio italiano.

Gennaio 2011. "Guarda cosa c'è qua?" Era la bandiera fatta trovare aperta sopra una sedia nella stessa camera in cui era stata fatta. La Roma era in veloce trasformazione, una nuova proprietà sarebbe presto arrivata e si vociferava che anche Baldini sarebbe tornato. "Pensa se torna...". Foto con la bandiera aperta, in onore dei vecchi tempi.

Luglio 2011: Le voci, sempre più insistenti del suo ritorno, diventarono nel corso dei mesi una certezza e la bandiera era sempre fuori, arrotolata sulla sua asta, pronta a sventolare di nuovo. E così accade, durante il ritiro della nuova Roma di Di Benedetto, di Luis Enrique, di Sabatini e di Franco Baldini.

Ottobre 2011. Franco Baldini arriva a Trigoria e domani parlerà di nuovo. E parlerà a Trigoria, non nella sala di un hotel. La bandiera domani sventolerà anche a Roma, finalmente. E torneremo a camminare a testa alta.

Bentornato a casa Franco. Bentornato a casa.